Come si mantiene una vita mentalmente sana?
Che cosa induce una persona in uno stato di disagio
Come si curano i disturbi mentali
Come si mantiene una
vita mentalmente sana?
Abbiamo
visto che qualunque persona può attraversare stati di benessere, stati di disagio
e, più raramente, di disturbo. Sappiamo che questo dipende dalle difficoltà,
dai conflitti, dalle frustrazioni cui può andare incontro. Ma nella maggior
parte dei casi si percorre anche il cammino inverso: una persona normalmente
supera la condizione di disturbo e di disagio e torna a rivivere stati di benessere
e di equilibrio.
Volendo
fare un paragone, si può dire che vale per la vita psichica quello che avviene
per la vita biologica: sano non è colui che vivendo sotto una campana di vetro
evita ogni esposizione al contagio; sano è colui che essendo dotato di anticorpi
è in grado di reagire adeguatamente alle aggressioni di agenti esterni.
Analogamente,
una vita mentale sana e normale non è il risultato di un'esistenza indenne dalle
sofferenze, ma di un'esistenza dotata
di risorse che le permettono di superarle.
Parlando
delle condizioni mentali, abbiamo indicato diversi fattori che influiscono su
di esse, concludendo che ci sono fattori di rischio, che spingono verso le condizioni
di disagio e di disturbo, e fattori protettivi, che costituiscono le risorse
che permettono di recuperare equilibrio e benessere.
Possiamo
paragonare la nostra esistenza alla parte che gli attori recitano sul palcoscenico.
Essi si muovono in uno spazio variamente arredato (ci sono tavoli, sedie, scale
ecc.), diviso da falsi piani (le quinte, i fondali e quant'altro necessario
a creare illusioni prospettiche), attraversato da luci diffuse o concentrate
in alcuni punti, a fianco di altri personaggi: il tutto posto su uno sfondo
(una veduta, un'immagine astratta ecc.) che condiziona in modo determinante
l'interpretazione da dare alla scena. In questo spazio gli attori devono muoversi,
parlare, recitare.
Non
c'è dubbio che quinte, luci, oggetti d'arredo possono costituire elementi di
aiuto o fattori di protezione per la recita degli attori. Possono potenziarne
le possibilità di movimento, le capacità espressive, la concentrazione sull'azione
che si svolge sul palcoscenico. Ma è anche vero che se le luci si muovono male,
se il suggeritore è maldestro, o peggio, se il mastro falegname ha messo su
quinte deboli e pericolanti, tutto questo può trasformarsi in fattori di rischio,
gli attori possono trovarsi in seria difficoltà, imbrogliarsi, inciampare, confondersi,
fino a diventare preda del panico e compromettere la recita e la loro reputazione.
Tuttavia,
alla recita non concorrono solo i fattori di scena, c'è pure l'attore: con le
sue risorse personali, l'esperienza, la bravura, la prontezza di spirito, il
prestigio e l'ammirazione di cui gode presso il pubblico, pronto - se lo ama
- a concedergli e a perdonare molto.
L'esempio
è indicativo dell'azione contemporanea delle risorse personali e sociali e dell'intrecciarsi
dei fattori di rischio e di protezione. Naturalmente ha tutti i limiti dell'esempio,
primo tra tutti il fatto che la vita è molto più seria ed autentica di una recita.
Dobbiamo
ora intrattenerci - anche se in modo sintetico - sui due tipi di fattori: tenendo
presente che nessun evento, momento o particolare condizione in cui possiamo
imbatterci nella vita è in assoluto un fattore di rischio o un fattore di protezione.
Al contrario, sarà la nostra storia particolare, il modo in cui vi arriviamo
e la viviamo, a rendere una certa occasione positiva o negativa.
Fattori protettivi
Esistono
risorse e strategie che muniscono l'individuo di opportuni fattori protettivi.
Le capacità individuali del soggetto
Di
fronte alle possibili avversità della vita non tutti reagiamo allo stesso modo.
Quasi tutti siamo esposti alla sofferenza (perdita di persone care, problemi
lavorativi, ecc.), ma solo alcuni di noi sviluppano un disturbo psichico.
Ciò
avviene anche per i diversi modi di affrontare o tollerare una situazione di
stress. La capacità di affrontare una difficoltà è detta coping.
C'è
chi di fronte ad un pericolo fugge sempre senza fermarsi a pensare se è utile
o meno affrontarlo; c'è chi invece lo affronta sempre, senza fermarsi a pensare
se è utile o meno evitarlo; infine, c'è chi indifferentemente lo affronta o
lo fugge, senza intrattenersi in una valutazione dei problemi.
Tutto
questo può produrre insicurezza, perché i comportamenti adottati saranno quasi
sempre inadeguati alla situazione e gli effetti negativi produrranno incertezza
e scarsa fiducia in se stessi.
Se,
viceversa, abbiamo avuto esperienze positive, in cui siamo riusciti a padroneggiare
lo stress, a volte evitando il problema a volte aumentando lo sforzo per risolverlo,
ci sentiremo via via più sicuri e sempre più capaci di affrontare nuove situazioni
difficili.
La possibilità di contare su una persona di riferimento
Possono
essere persone presenti, oppure far parte del ricordo del passato; persone note
ma anche conoscenze nuove: persone che si propongono come modelli di comportamento,
come fonti di apprendimento e di consigli, come punti di riferimento affettivo.
II
riferimento a persone significative è un fattore primario e si attiva dal momento
della nascita. L'esperienza di un rapporto significativo nei primi anni di vita,
in genere con una figura genitoriale, costituisce la base a cui l'individuo
dovrà fare riferimento, nello stabilire nuovi rapporti affettivi. Un individuo
che nella prima infanzia non ha sperimentato stabilmente la protezione e la
presenza di un adulto significativo, affronterà in seguito le difficoltà senza
aspettarsi o cercare aiuto dall'esterno, o comunque, riterrà svalutante che
qualcuno gli offra tale aiuto. Tale situazione costituisce un rischio per la
salute mentale dell'individuo.
All'opposto,
avere un rapporto significativo con una persona affidabile, aumenta la possibilità
di reagire e di far fronte ai momenti critici e difficili della vita e più in
generale di conservare equilibrio e serenità.
La possibilità di contare su una rete sociale di aiuto
Tutta
la letteratura psichiatrica contemporanea sottolinea l'importanza di questo
concetto e anche qui si dovrà ricorrervi, parlando dei vari modi di intervento
terapeutico.
La
consapevolezza di poter contare sull'aiuto di una rete sociale costituisce una
risorsa basilare per la salute mentale
di ognuno di noi. I rapporti quotidiani con familiari, amici, colleghi di lavoro
o l'appartenenza a gruppi religiosi, politici, scolastici o di altro genere
possono svolgere una funzione protettiva importantissima. Questa funzione si
manifesta principalmente in tre modi: tramite un sostegno emotivo, con informazioni
e consigli, con aiuti materiali.
Poste
le cose in questi termini, sembra che la salute mentale si fondi su un presupposto
di natura volontaristica, o peggio ancora su una serie di doni di cui alcuni
dispongono e altri sono privi. Cosa può fare - si obietta - chi di certe risorse
non dispone? E non è uno dei primi effetti dello stato di disagio e di disturbo
proprio la perdita di fiducia in se stessi e quindi della capacità di reagire
efficacemente, di costruirsi una figura di riferimento insieme ad una rete sociale?
Ed
eccoci all'aspetto non banale della questione: vivere protetti (avere un buon
coping, una valida figura di riferimento, una rete sociale solida) non è un
fatto misterioso e inspiegabile, ma il frutto di una pratica. Una pratica che
per lo più viene attuata inconsapevolmente, per abitudini contratte con l'educazione
e con l'imitazione dei modelli familiari o degli ambienti frequentati.
È
evidente però che aumentando la cultura e la conoscenza di ciò che è utile alla
salute, comportamenti spontanei si trasformino in una proficua ricerca attiva.
In conclusione
1.
Lo stato psichico è il risultato del concorso di molti fattori che possono valere
come fattori di rischio o come fattori protettivi.
2.
La vita mentale sana è tale non perché indenne dalle sofferenze, dagli stati
di disagio e di disturbo, ma perché è dotata di fattori protettivi che costituiscono
le risorse in grado di ricondurla costantemente all'equilibrio.
3.
I fattori protettivi sono il frutto di una pratica, e possono essere, seppure
in misura soggettiva, acquisiti e potenziati: essi concorrono al rafforzamento
dell'atteggiamento positivo che un individuo ha verso se stesso e alla sua capacità
di realizzare una solida rete di relazioni sociali.

Che cosa induce una
persona in uno stato di disagio
Momenti critici
del ciclo vitale
Esistono
nella vita di ciascuno, tanto a livello individuale che a livello familiare,
momenti, età, situazioni particolarmente significativi e critici. Lo schema
presentato indica, per esempio, alcuni momenti della vita individuale (infanzia,
adolescenza, fine dell'istruzione, servizio militare - per gli uomini -, gravidanza
e puerperio - per le donne -, pensionamento, vecchiaia) densi di tensioni che
possono essere adeguatamente risolte, oppure possono dare luogo a disturbi.
Anche la vita familiare ha momenti critici (nascite, separazioni, svincolo dei
figli, lutti) nei quali si possono insediare disturbi.
Eventi stressanti particolari
Possono
essere, sul piano delle apparenze, eventi negativi (un incidente, il licenziamento
dal lavoro, difficoltà con suoceri o cognati, sovraccarico d'impegno per assistenza
a un familiare anziano), ma possono essere anche eventi generalmente ritenuti
positivi (l'inizio di un nuovo lavoro, il matrimonio, l'inizio di lavoro del
coniuge, l'arrivo delle ferie ecc.): queste situazioni costituiscono altrettanti
momenti in cui emergono le difficoltà di rapporto con i familiari, la necessità
di compiere scelte, la necessità di mettere alla prova se stessi. Si possono
avviare processi distorti e involutivi, si possono determinare e radicare stati
di disagio che di nuovo inducono disturbi.
Condizioni tendenzialmente stabili di stress
Anche
a prescindere da particolari eventi o momenti del ciclo vitale, il fatto di
vivere in situazione ecologica (spazi fisici, ricchezza e qualità di stimoli),
sociale (lavoro, amicizie, livello d'istruzione) e sanitaria (aspetti di prevenzione,
qualità e tempestività di cure) permanentemente deficitaria e povera, costituisce
fonte di disagio e aumenta la probabilità di disturbi.

Come
si curano i disturbi mentali
Prevenzione
(Testo
delle Raccomandazioni del Comitato nazionale di bioetica)
"Destinare
e utilizzare da parte delle istituzioni nazionali e regionali, anche tenendo
conto dell'importanza che l'OMS attribuisce alla salute mentale, i Fondi sanitari
nazionali e regionali necessari ad istituire almeno tutti i servizi previsti
dal Progetto obiettivo "Tutela della salute mentale" 1998-2000.
-
Dare maggior diffusione a informazioni semplici e corrette sulle malattie mentali
anche nelle scuole ed evitare il rischio di interpretazioni riduzionistiche
della malattia mentale. Più in generale, si raccomandano l'equilibrio e la comprensione
della complessità bio-psico-sociale della malattia mentale.
-
Promuovere una campagna nazionale periodica di lotta allo stigma e al pregiudizio
nei confronti delle persone affette da disturbi e disagi psichici al fine di
rendere effettivo il rispetto dell'uguaglianza, del diritto all'informazione
e la lotta alla discriminazione.
-
Riesaminare il concetto di "incapacità" collocandolo nel continuum compreso
tra gli estremi della normalità e della perdita totale di ogni abilità cognitiva.
Anche sotto il profilo giuridico infatti va osservato che la maggior
parte dei disturbi psichiatrici riducono ma non aboliscono la capacità di intendere
e di volere. Si raccomanda di conseguenza la revisione degli istituti civilistici
dell'interdizione e dell'inabilitazione per realizzare forme di tutela più flessibili
rispetto alle attuali, che tengano conto delle nuove esigenze di protezione
del sofferente psichico e ne evitino la stigmatizzazione. In particolare si
sottolinea l'opportunità, alla luce dell'esperienza degli altri paesi europei,
di informarsi sulla figura dell'amministratore di sostegno.
-
Concludere il processo di superamento dei manicomi pubblici e privati. Occorre
tuttavia valutare in ogni singolo caso che le alternative nate dall'esigenza
di far fronte all'emergenza non conservino di fatto caratteristiche ancora manicomiali.
Va inoltre sottolineato come la presenza, attualmente, di 9 manicomi privati
che contengono circa duemila internati non abbia, a quasi trent'anni di distanza
dall'avvio della de-manicomializzazione a seguito della legge 180, alcuna giustificazione
sotto il profilo etico e clinico.
-
Assicurare alla famiglia un supporto sufficiente ad assumere, in collaborazione
con l'équipe curante, se indicato, un ruolo attivo nel programma terapeutico/riabilitativo
del congiunto, in un percorso di autonomizzazione dello stesso. Garantire un'organizzazione
di riferimento, anche notturno e festivo, per le emergenze.
-
Svolgere un'attività continua di prevenzione primaria e secondaria del disturbo
e del disagio mentale/affettivo a cominciare dagli aspetti biologici e affettivo-relazionali
partendo dal periodo prenatale e per tutto il ciclo di vita, assicurando le
migliori condizioni educative, lavorative, di sicurezza sociale, di assistenza
sanitaria; formulare una diagnosi precoce e presa in carico dei giovani dai
primi sintomi significativi; attivare qualificati programmi nelle scuole in
collaborazione con le famiglie che, senza suscitare ingiustificati allarmi e
rischi di "psichiatrizzazione", aiutino a riconoscere e a prevenire il disagio
e il disturbo mentale. Le patologie psichiatriche dell'adulto, infatti, hanno
quasi sempre le loro radici nell'età evolutiva ed i problemi psichiatrici in
età adulta saranno più o meno rilevanti in rapporto alla qualità delle cure
fruite in quella fase della vita. Simili iniziative sono quindi indispensabili
alla concreta realizzazione del diritto alla salute (che si attua anche grazie
alla prevenzione), all'accesso alle cure, e a sostenere e promuovere la solidarietà
verso i soggetti a rischio.
-
Garantire una particolare attenzione ai segnali diretti e indiretti del disagio
mentale dei soggetti in età evolutiva, al fine di rilevare il disagio sommerso;
dare garanzia di diversi livelli di assistenza delle situazioni acute e la riabilitazione
per i quadri consolidati. Per l'età evolutiva, favorire le attività assistenziali
di day hospital e di ambulatorio, limitando il ricorso alla degenza. Pur tuttavia
è necessario garantire un numero adeguato di posti letto per l'emergenza-urgenza
psichiatrica e per le acuzie che richiedono assistenza continua e osservazione
prolungata, in strutture, diverse dai Servizi psichiatrici di diagnosi e cura,
idonee alle necessità assistenziali e di protezione, ma anche ai bisogni e ai
diritti specifici di questa fascia di età.
-
Garantire e mantenere la presa in carico dei casi più gravi e difficili anche
quando il trattamento non viene accettato dai diretti interessati. Si richiamano
in tal senso i principi generali di tutela della dignità del malato mentale,
il parametro rischi/benefici come regola generale dei trattamenti evitando gli
estremi dall'accanimento terapeutico e dell'abbandono.
-
Definire i parametri nazionali di accreditamento per le strutture per la salute
mentale. Il controllo della qualità dei servizi è infatti esso stesso un criterio
di garanzia di un equo trattamento e di congrua allocazione delle risorse destinate
alla salute. Le 65 case di cura neuro-psichiatriche (con 7149 posti letto autorizzati
di cui 6144 accreditati o convenzionati, cioè finanziati dalle Regioni) devono
essere indirizzate a evitare che si produca una cronicizzazione dei malati e
a riconvertirsi, per quanto possibile, in strutture riabilitative residenziali
e aperte, che abbiano un rapporto operativo possibilmente con uno o due dipartimenti
di salute mentale.
-
Impegnare e sostenere i "medici di famiglia" in considerazione del fatto che
molti pazienti si rivolgono ad essi per problemi più o meno rilevanti di salute
mentale. Il medico di medicina generale deve essere posto in grado di riconoscere
la condizione di sofferenza mentale, di saperne valutare natura e gravità, e
di potersi rivolgere ai servizi psichiatrici sia per consulenze, sia per individuare
precocemente le situazioni più serie che richiedono interventi specialistici.
-
Assicurare la formazione dei medici, dei pediatri di base, degli operatori psicosociali,
degli infermieri professionali, degli assistenti sociali, degli educatori professionali
e volontari. A tal fine è necessario accrescere le conoscenze bioetiche di tutti
gli operatori e definire alcuni obiettivi minimi affinché una formazione possa
dirsi efficace ed eticamente fondata, tra cui: ai bisogni di salute degli utenti
deve essere garantita maggiore attenzione che non alle esigenze degli operatori;
deve essere mantenuta un'apertura all'integrazione delle competenze e dei contributi
delle diverse figure professionali; devono essere forniti strumenti adeguati
alla gestione, da parte degli operatori, delle diverse dimensioni dell'individuo,
della famiglia, del gruppo e della comunità, nonché alla promozione della salute
mentale nella comunità, quali l'elaborazione e realizzazione di specifici programmi
di salute mentale; particolare attenzione, inoltre, deve essere dedicata alla
ricerca e alla formazione sui problemi bioetici della tutela della salute mentale.
-
Riconoscere il diritto alla sessualità dei pazienti psichiatrici pur nell'opportunità
di studiare modalità di intervento per l'informazione e la responsabilizzazione
nei confronti della loro vita sessuale.
-
Rivedere il sistema dei ticket sui farmaci per garantire che i farmaci di nuova
generazione (come gli antipsicotici atipici), che hanno provata efficacia e
minori effetti secondari, siano accessibili
a tutti.
-
Rivedere la natura e i compiti dell'istituzione ospedale psichiatrico giudiziario
e delle leggi relative e promuovere un intervento del ministero della Giustizia
affinché attivi una convenzione con strutture specifiche per i minori autori
di reato e affetti da patologie psichiatriche. Più in particolare, va sottolineato
che gli attuali ospedali psichiatrici giudiziari sono sia dal punto di vista
istituzionale che sanitario in netta contraddizione con la legge 180 e con un
moderno modo di concepire l'intervento in salute mentale.
-
Prevenire, attraverso strutture e interventi adeguati, il rischio che i servizi
psichiatrici di diagnosi e cura reiterino la prassi manicomiale con la conseguenza
di favorire la cronicizzazione e non il recupero della malattia.
Più
in particolare, la contenzione meccanica deve essere superata in quanto lesiva
della dignità del paziente.
-
Provvedere a che i Dipartimenti di salute mentale, come stabilito dal DGL. 239/99,
svolgano il servizio di assistenza sanitaria in carcere. La tutela dell'integrità
psico-fisica del detenuto è infatti un elementare dovere di giustizia e, inoltre,
condizione indispensabile ad ogni possibile riabilitazione. Le carceri dovranno
essere luoghi in cui la vita quotidiana non divenga essa stessa causa di disagio
e disturbo mentale e luoghi che rendano possibile fornire aiuto psichiatrico.
Va osservato inoltre che le alternative al carcere - incluso l'affidamento al
Dipartimento di salute mentale - si sono rivelate, nei paesi che le hanno adottate
quali ad esempio la Svezia, molto efficaci quali misure sostitutive alla detenzione.
Il progetto terapeutico personalizzato
Abbiamo
già accennato, a proposito del pregiudizio dell'organicità, al fatto che per
la psichiatria il concetto di cura è diverso da come viene inteso nel resto
della medicina. Non si tratta, infatti, di una malattia del corpo che si deve
curare solo con farmaci o interventi chirurgici, bensì modificando alcuni aspetti
psicologici, e spesso anche alcuni aspetti dell'ambiente sociale e di vita,
che fanno vivere male una persona.
Con
la chiusura degli ospedali psichiatrici è stato necessario allargare il concetto
di terapia; in passato si cercava di isolare "la malattia allo stato puro",
in manicomio, lontano dalle cause di disturbo e dalle interferenze della vita;
oggi si osservano e si curano "le persone nella loro interezza" storica, sociale,
familiare e culturale.
Si
passa, così, dalla cura della malattia alla cura della persona. Ma per fare
questo occorre mettere in campo nuove idee,
nuovi metodi per capire e valutare il paziente. E poiché non si tratta
di curare specifiche malattie, ma di prendere in cura una persona che si trova
a vivere una situazione di disagio o di disturbo psicologico più o meno grave,
diviene semplicistico parlare di "guarigione", se con questa parola, si pensa
alla scomparsa dei sintomi.
Se,
invece, ci si riferisce alle ragioni che hanno portato alla sofferenza, sarà
necessario analizzare complessivamente la vita della persona che sta male per
determinare un cambiamento, vale a dire per arrivare a trasformare le sue condizioni
psicologiche e di relazione, e ricostruire nuove forme di benessere e di equilibrio.
Per determinare un cambiamento è necessario concordare un progetto terapeutico
personalizzato: individuare e programmare interventi ritenuti più utili per
quella persona in quel momento della sua vita.
Si
tratta, dunque, di fornire una molteplicità di risposte che attraversano più
campi operativi: psicologico, familiare, sociale. Le risposte possono essere
date e organizzate da un'équipe composta da diverse figure professionali: psichiatri,
psicologi, assistenti sociali, infermieri, cui tocca la presa in carico effettiva
dell'utente, al di là di quella formale del medico curante.
Il
presupposto per la buona costruzione e conduzione di un progetto terapeutico
è dato dallo stabilirsi di un rapporto collaborativo tra paziente e operatore.
Questo
è il momento che richiede l'espressione delle migliori risorse personali e qualità
professionali dell'intera équipe.
Ogni
progetto terapeutico è un'associazione, sempre originale, di cinque tipi di
intervento e può prevedere l'utilizzazione di uno, più di uno o anche di tutti
i tipi d'intervento. Ciascun tipo può essere utilizzato una sola volta o molte
volte. Nella pratica, come non esiste una persona perfettamente identica ad
un'altra, non esistono due progetti perfettamente uguali, perché ci si trova
ad affrontare situazioni simili ma non uguali: appunto in questo senso si parla
di progetto terapeutico personalizzato.
Di
conseguenza esistono progetti più o meno
complessi: da quelli che si limitano all'utilizzazione di un solo tipo di intervento
per poche volte, a quelli che prevedono l'utilizzazione di tutti i tipi anche
per molte volte.
Gli strumenti per costruire il progetto
1)
Il colloquio terapeutico:
è
la base di ogni progetto terapeutico; molti progetti si risolvono in una breve
serie di colloqui, altri necessitano di un trattamento più lungo. L'obiettivo
è quello di attenuare o eliminare i sintomi; ma anche di fare acquisire al paziente
modelli di comportamento più adeguati alle esigenze della sua esistenza.
Non è facile dire come si raggiungano
tali obiettivi. Certamente l'aspetto più significativo del colloquio con un
operatore psichiatrico consiste nella possibilità di stabilire un contatto importante
fondato sulla fiducia e sulla solidarietà. Questo si traduce in un rapporto
intimo tra operatore e persona sofferente.
In
questo spazio di relazione riservata, tutelata dal segreto professionale, l'operatore
psichiatrico è disponibile nei confronti della persona che esprime il bisogno
di essere liberamente ascoltata e nel tempo aiutata, rispettando il senso della
sua sofferenza.
Gli
argomenti sono scelti dal paziente e concordati con il terapeuta momento per
momento. Di fatto sono potenzialmente infiniti e riguardano le aree della vita,
cioè i momenti significativi dell'esistenza della persona, in senso attuale
ma anche storico: la sfera familiare e coniugale, quella affettiva e sessuale,
quella lavorativa o scolastica, le amicizie, gli hobby, ma anche le malattie,
i trattamenti medici, la paura della morte. In una o più aree emergeranno frustrazioni,
conflitti e condizioni di stress responsabili della condizione di disagio e
di disturbo.
Specie
nei primi colloqui l'analisi delle aree della vita viene utilizzata per giungere
ad una valutazione operativa della condizione di sofferenza del paziente, indispensabile
per costruire un progetto terapeutico personalizzato.
Al
di fuori del rapporto specialistico, l'analisi delle aree della vita è il modo
attraverso cui ciascuno di noi può farsi un'idea dell'esistenza della persona
che si vuole aiutare valutandone anche il grado di sofferenza-benessere.
Si tenga infine presente che, in genere,
la persona sofferente si rivolge per la prima volta ad un terapeuta in un momento
di crisi, spesso in una fase di crisi acuta. Questo significa che il primo contatto
tra paziente e curante avviene in una situazione difficile, nella quale, prima
di poter avviare qualsiasi progetto, si deve provvedere a superare lo stato
di alterazione e di angoscia, e a riaprire i normali canali di comunicazione.
Solo successivamente, quando lo stato del paziente è tornato a livelli più fruttuosi
di scambio, il colloquio può passare all'analisi dei problemi dell'esistenza
del soggetto.
2)
L'intervento sulla famiglia:
può
riguardare la famiglia in senso stretto o estendersi al più ampio contesto di
parenti o di amicizie in cui il paziente vive. Serve per avere una conoscenza
migliore di quanto il paziente riferisce in sede di colloquio: ma lo scopo principale
è quello di modificare atteggiamenti e rapporti, che spesso si rivelano inappropriati,
con le persone che gli sono vicine.
Nella
grande maggioranza dei casi, l'intervento sulla famiglia, o comunque sullo spazio
di relazioni più intime del paziente, costituisce il momento terapeutico strategico.
Spesso è proprio in questo spazio che si producono e si stabilizzano le alterazioni
più gravi. Spesso il paziente è solo la punta emergente della difficoltà, nei
rapporti affettivi, che investe tutti i membri della famiglia. È abbastanza
frequente, quindi, che il progetto terapeutico finisca per investire l'intero
gruppo familiare. Ma è anche all'interno di tale gruppo che la terapia si può
scontrare con inerzie e resistenze.
I familiari, in genere, sono i primi
a chiedere un aiuto terapeutico; ma sono anche i primi a ritenere che la vera
terapia sia quella che si ottiene con le medicine, o con un trattamento che
resterà comunque limitato al rapporto tra il paziente e chi lo cura. E questo
è un atteggiamento che si deve superare.
3)
L'intervento socio-terapeutico:
possiamo
immaginare le relazioni sociali di una persona come uno spazio di sfere concentriche.
La sfera più interna comprende le relazioni più intime, quelle familiari innanzi
tutto, ed eventualmente quelle di qualche amicizia più stretta: l'intervento
sulla famiglia (che abbiamo indicato sopra) si limita a questa prima sfera.
L'intervento socio-terapeutico si estende, invece, ad altri contesti e luoghi
di vita nei quali il paziente è inserito, come l'ambiente di studio o di lavoro.
Lo scopo dell'intervento in questa seconda sfera è di ridurre i fattori di disagio
e di rinforzare o ampliare la rete dei rapporti dell'individuo in sostanza,
l'intervento socio-terapeutico ha l'obiettivo di ricostruire o di consolidare
il ruolo sociale della persona.
Inoltre, con l'intervento socio-terapeutico,
se necessario, si erogano sussidi economici, si agevola il reinserimento lavorativo,
si organizzano soggiorni estivi, si collabora all'occupazione del tempo libero.
4)
Il ricovero:
nella
maggioranza dei casi è motivato da condizioni di gravità tali che rendono indispensabile
un'assistenza continua anche se limitata nel tempo. Esistono tuttavia vari tipi
di ricovero, condotti con finalità diverse. C'è quello deciso dal terapeuta,
indipendentemente dalla volontà del paziente, di cui abbiamo parlato a proposito
del trattamento sanitario obbligatorio. Ma il ricovero psichiatrico può far
parte di un progetto terapeutico più collaborativo, e risultare quindi concordato
tra operatore e paziente (ricovero concordato).
Ciò si verifica specialmente quando
entrambi convengono sulla opportunità per il paziente o di essere più protetto,
perché incapace di autogestirsi, o di essere allontanato dal contesto familiare
e di vita abituale. Il ricovero non deve comunque mai limitare la libertà del
cittadino né ledere i suoi diritti. I ricoveri effettuati in servizi psichiatrici
moderni e attrezzati consentono di abolire la pratica della contenzione. Con
questo termine si intende la condizione di immobilizzazione fisica del ricoverato
che viene legato al suo letto tramite apposite fasce. Tale metodo viene spesso
usato per supplire alla carenza di personale o peggio perché ritenuto una necessità
terapeutica: di fatto la contenzione è solo mancanza di mezzi e di professionalità
nel gestire il paziente psichiatrico in fase acuta. Va infine tenuto presente
che il ricovero non avviene solo tra le mura di una struttura ospedaliera. Esso,
a seconda delle necessità che lo determinano, può attuarsi in un'ampia gamma
di luoghi cui accenneremo più avanti parlando delle strutture protette.
5)
L'intervento psico-farmacologico:
gli
psicofarmaci sono sostanze usate in psichiatria per il trattamento del disagio
e del disturbo psichico.
Senza
dubbio la loro scoperta e il loro uso hanno portato un notevole contributo nel
trattamento psichiatrico. Va tenuto presente che proprio nelle situazioni di
crisi acuta o di persistente malessere, gli psicofarmaci permettono ai pazienti
di mantenere, almeno in parte, la loro vita familiare e lavorativa, riducendo
al minimo i casi in cui diventa necessario il ricovero.
Ma
sull'uso degli psicofarmaci sono sorti anche parecchi equivoci e illusioni.
L'equivoco maggiore è che da soli costituiscano una cura sufficiente; mentre
è ormai risaputo e accettato, anche da punti di vista scientifici differenti,
che essi curano i sintomi ma non intervengono sui fattori che hanno indotto
il disturbo. Inoltre, degli psicofarmaci si tende ad abusare, ad utilizzarli
all'insorgere di piccoli malesseri o di fronte a normali difficoltà o sofferenze
della vita quotidiana. In alcuni casi si giunge all'autoprescrizione, senz'altro
sconsigliabile. Sta di fatto che il loro consumo è enormemente aumentato anche
per la grande propaganda promossa dalle case farmaceutiche che dal mercato
degli psicofarmaci traggono enormi profitti.
L'assunzione
impropria degli psicofarmaci è il segno della rinuncia a stabilire una relazione
terapeutica valida, che possa aiutare la persona a superare le proprie ansie
e chiarire i propri conflitti.
Gli
psicofarmaci inducono molti effetti collaterali, in alcuni casi molto gravi,
ma sono utili nel trattamento dei disturbi mentali, purché vengano rispettate
alcune condizioni: tocca solo allo psichiatra prescrivere neurolettici, non
al medico di base, che deve limitarsi all'uso degli ansiolitici e degli ipnotici;
non devono essere prescritti più farmaci dello stesso gruppo alla stessa persona;
non devono essere assunti per lungo tempo (non più di alcuni mesi); un progetto
terapeutico non può essere basato esclusivamente sulla prescrizione di psicofarmaci.
Il disturbo stabilizzato
Quando
un disturbo mentale perdura nel tempo si parla di stabilizzazione del disturbo.
Impropriamente
si dice ancora, per scarsa informazione, che il disturbo è "cronico" o che si
è "cronicizzato". Sono vecchi termini, presi dal linguaggio medico, che non
dovrebbero essere usati perché generano malintesi e idee sbagliate: quelle che
portano, come abbiamo visto all'inizio di questa guida, al pregiudizio della
inguaribilità. Per la medicina organica, infatti, un disturbo cronico è uno
stato di malattia non solo persistente ma anche irreversibile, che generalmente
comporta una menomazione permanente.
I
disturbi mentali, invece, anche se presenti da molti anni possono, se ben trattati,
migliorare o scomparire tramite la riabilitazione psichiatrica. Vogliamo ricordare,
in proposito, quanto detto sul pregiudizio della inguaribilità e su alcuni disturbi
classicamente ritenuti inguaribili o cronici (paranoia, schizofrenia ecc.).
A seguito dei nuovi trattamenti, all'uscita dal manicomio, una alta percentuale
di soggetti ritenuti inguaribili hanno potuto riprendere abitudini di vita non
più praticate, o comunque ritenute irrecuperabili dalla psichiatria organicistica
tradizionale. Molti, al di là di ogni aspettativa, sono stati messi in condizione
di raggiungere un livello di vita soddisfacente.
Nel
caso di un disturbo psichico, bisogna tenere presente che esso si radica nel
tempo e diviene stabile se concorre almeno uno dei tre fattori sotto riportati:
1)
la persistenza dei fattori di disturbo: permangono i fattori che hanno indotto
la sofferenza: il paziente è sottoposto costantemente alle carenze o alle stimolazioni
che lo opprimono e lo destabilizzano psicologicamente;
2)
la carenza di cure: il soggetto sofferente non riceve alcun tipo di attenzione
e di trattamento per i propri disturbi, ovvero riceve attenzioni e trattamenti
inadeguati:
3)
la carenza ambientale: il soggetto si trova, più o meno gradualmente, immerso
in un ambiente povero: isolamento sociale, difficoltà economiche, solitudine
affettiva e materiale.
Anche
sull'argomento dei disturbi stabilizzati è inevitabile, per capire meglio che
cosa avviene e a che cosa si deve rimediare, fare un confronto: il punto di
vista tradizionale, basato sui pregiudizi, vede nella "malattia cronica" un
processo di disfacimento e di degenerazione (del sistema nervoso, di quello
ormonale ecc.); il punto di vista psichiatrico globale vede nel soggetto sofferente
un accumulo, una strutturazione di comportamenti inadeguati che vanno individuati
e trasformati.
La riabilitazione
La
riabilitazione richiede l'attuazione di un progetto d'intervento a carattere
terapeutico-riabilitativo che coinvolge globalmente il paziente nei vari aspetti
della sua esistenza.
Occorre
distinguere due fasi: riabilitazione clinica e riabilitazione sociale.
La
prima si opera con strumenti terapeutici in strutture riabilitative (per esempio:centro
diurno, centro di riabilitazione); la seconda presuppone la prima , ma si attua
in un orizzonte molto più ampio, che tiene conto delle esigenze abitative, relazionali
e lavorative della persona.
Essa
va inserita o reinserita in un contesto in cui la persona possa sviluppare le
sue capacità, intere o residue, di stabilire relazioni amichevoli e affettuose;
di avere una parziale o totale autonomia abitativa, di trovare un'occupazione
lavorativa stabile o saltuaria.
Nel
complesso, si tratta di un obiettivo che la persona affetta da disagio o disturbo
mentale non riesce a realizzare da sola, ma che deve perseguire con l'aiuto
dell'equipe terapeutica, coinvolgendo l'assistente sociale e tutte le risorse
disponibili sul territorio. Solo la presenza integrata dei servizi territoriali
nella realtà sociale consente la riabilitazione sociale.

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