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Immersi nel presente, riteniamo che
i nostri problemi abbiano sempre avuto la stessa faccia, e naturalmente non
è così. Anche la follia segue questo destino: un rapido sguardo storico ai
diversi modi in cui è stata considerata può costituire il modo migliore per
capire quanto l'idea di follia sia variabile e collegata alle credenze della
società e del tempo.
Non
si tratta di soddisfare una curiosità accademica ma di riflettere come anche
noi, nella nostra epoca, ci poniamo nei confronti della questione della salute
mentale.
Il nostro breve percorso è articolato nei seguenti periodi:
1. Dal 200 d.C. al 1300: magia ed esorcismo
2. '400 e '500: il rogo dei folli
3. '600 e '700: la segregazione
4. L'800: la nascita del manicomio
5. La
prima metà del '900: psicoanalisi ed elettroshock
6. La seconda metà del '900: la nuova psichiatria
7. Il periodo manicomiale attenuato
8. Il periodo territoriale
9. La legge 180: una questione giuridica
e culturale
10. Dal ricovero coatto al ricovero volontario
11. Dall'internamento al diritto alla
salute: la legge di riforma
12. Il Servizio sanitario nazionale
13. Il primo Progetto obiettivo tutela salute mentale
14. Politiche di salute mentale e diritti
di cittadinanza
15. Carta di Ottawa sulla promozione alla salute
16. 21 obiettivi dell'Oms per il XXI secolo
Dal 200 d.C.
al 1300: magia ed esorcismo
Rimanendo
nell'ambito della cultura europea consideriamo, in primo luogo, un ampio periodo,
dall'Impero romano al Rinascimento italiano, durante il quale si confrontano,
coesistendo o alternandosi, quattro diversi tipi di spiegazione della follia.
La
data del 200 d.C. non è casuale; dalla fine del secondo secolo, infatti, si
afferma nel mondo latino la scuola medica di Galeno, che riprende l'impianto
di studi di lppocrate, e che spiega il disturbo mentale come uno "squilibrio umorale" del cervello. Siamo, dunque,
di fronte alla spiegazione organica del disturbo mentale.
Ad
essa si contrappone la spiegazione magica, strettamente legata alla cultura
delle superstizioni, che collega il disturbo mentale a contatto con oggetti
o animali, o a congiunzioni astrali: tutt'oggi sopravvive, nella credenza
popolare e nel linguaggio, l'idea che alcuni disturbi siano da collegare alle
fasi lunari; e "lunatico" è ancora il termine usato per riferirsi a persona che dà segno di mancanza di equilibrio.
Il rimedio, secondo questa concezione, consiste in pratiche e rituali magici,
uso di filtri, amuleti, formule che dovrebbero proteggere dagli influssi negativi.
Diversa,
anche se per molti aspetti simile o coincidente, è la spiegazione religiosa,
per la quale colui che manifesta disturbi psichici è un indemoniato, un posseduto
da spiriti maligni, l'intera comunità religiosa si sente coinvolta da questo
fatto e interviene con provvedimenti che possono essere di segno opposto:
la solidarietà, la preghiera, il ricorso ad esorcismi; oppure la persecuzione
e il rogo. L'atteggiamento magico è individuale o settario, l'atteggiamento
religioso è collettivo e corale. Raramente si lascia al folle - come avveniva
nella cultura greca o in alcune culture di altri continenti - il ruolo di
vate o profeta.
Non
mancano, seppure rarefatte in strati culturali molto sofisticati, spiegazioni
psicologiche: dovendosi intendere con questo termine non i significati correnti,
ma il riferimento alle "affezioni dell'animo" come risultato di grandi crisi
esistenziali ed emotive. Espiazioni, conversioni, "vite esemplari", sublimazioni
e la loro narrazione in (auto)biografie di santi sono manifestazioni, nella
cultura religiosa del Medioevo, di un modo più ricco e raffinato di
interpretare la dinamica degli stati mentali.
Si ricordi, per tutti, l'esempio delle Confessioni di Sant'Agostino.

'400
e '500: il rogo dei folli
È
un'epoca singolare quella in cui fiorisce il Rinascimento italiano: la ricerca
dell'armonia si mescola con l'attrazione per il soprannaturale. Prevale, fra
tutte, la spiegazione religiosa della follia, sentita come possessione demoniaca,
segno della maledizione e del peccato, la cui purificazione richiede sempre
più spesso il ricorso a pratiche di tortura e al rogo.
All'idea
di follia comincia ad associarsi quella di pericolosità, che permette di trovare
un capro espiatorio per le numerose calamità (carestie, epidemie) che colpiscono
le popolazioni. Comincia a prendere piede l'intolleranza verso il soggetto affetto da disturbi mentali.
A
partire dalla fine del 1400, centinaia di migliaia di streghe e maghi (e tra
loro molti pazienti psichiatrici) furono bruciati vivi sulle pubbliche piazze.
(L'ultimo rogo per stregoneria avvenne in Polonia nel 1793.)

'600
e '700: la segregazione
Gradualmente il destino del folle si confonde con quello del povero e del
criminale.
La
sua figura è vissuta come una minaccia alla quiete pubblica o all'ordine costituito.
Va tenuto presente che le città e i poteri amministrativi si stanno organizzando
nelle forme proprie della società moderna.
Le
autorità preposte all'ordine pubblico dispongono, adesso, non solo di carceri,
ma anche di luoghi di ricovero più o meno coatto (istituti di segregazione).
Anche
se a volte si chiamano ospedali, questi luoghi non hanno niente in comune
con gli ospedali moderni: per i folli sono essenzialmente luoghi di reclusione,
a metà tra l'ospizio e il carcere, dove si riceve assistenza, ma anche punizioni
e contenzione, e dove le condizioni igieniche e di vita sono molto precarie.
Si badi bene: ufficialmente non è questa l'origine del manicomio, e tuttavia
ne costituisce la prima immagine drammatica.

'800:
la nascita del manicomio
Con
le nuove idee diffuse nel secondo Settecento dall'Illuminismo, e con l'affermazione
dei diritti dell'uomo e del cittadino propagati dalla Rivoluzione francese,
si chiudono gli istituti di segregazione e riprende a diffondersi la spiegazione
della follia in termini di malattia.
La
condizione del folle, almeno in linea teorica, viene distinta da quella del
povero e del criminale, e si comincia a pensare ad un trattamento in termini
esclusivamente medici.
Così
il manicomio, istituzione creata da Philippe Pinel in Francia durante la Rivoluzione,
diventa il luogo di cura dei malati.
Questa
nuova istituzione, che durante il secolo si diffonde in tutta Europa, costituisce
un passo avanti rispetto ai reclusori del passato, perché è basata su obiettivi
di cura e di ricerca medica.
Tuttavia
rappresenta la continuità con i luoghi di segregazione precedenti, dal momento
che la "cura" coincide con l'obiettivo del controllo dei malati.

La
prima metà del '900: psicoanalisi ed elettroshock
Dal punto di vista istituzionale, in questo periodo, non accade praticamente
nulla. In sostanza, l'istituzione manicomiale si perfeziona, e in questo modo
reclude e isola sempre più tenacemente, oltre ai pazienti, anche se stessa:
si specializza nella funzione sociale di contenitore della follia, ma viene
meno ad ogni effettivo programma di cura e di riabilitazione. La psichiatria
stessa, più o meno implicitamente prigioniera del pregiudizio dell'organicità,
si isterilisce in una sorta di esercizio classificatorio: disturbi, sintomi,
comportamenti vengono minuziosamente attribuiti a questa o a quella patologia,
salvo ricorrere poi sempre alle stesse cure di carattere sedativo.
Alla
fine degli anni Trenta iniziano a diffondersi le terapie di shock basate sull'ipotesi
che un trauma elettrico, febbrile, ipoglicemico ecc., opportunamente indotto,
avesse virtù terapeutiche. Tra tutte queste terapie la più diffusa e conosciuta
è l'elettroshock.
Se
l'istituzione manicomiale resta immobile, viceversa, con l'inizio del XX°
secolo, prende avvio la più ampia rivoluzione storica nel campo delle conoscenze
psicologiche. Il primo nome da ricordare, naturalmente, è quello di Freud;
ma non si tratta del cambiamento prodotto da una sola persona, né soltanto
della nascita della psicoanalisi. Un vasto moto di rinnovamento radicale,
che lavora a margine rispetto alla ortodossia accademica e manicomiale, sconvolge
la psicologia generale e la psichiatria. In particolare, confluiscono e trovano
riscontro nelle nuove tendenze i risultati dell'antropologia e della riflessione
fenomenologica. Alla luce di questi nuovi indirizzi viene riveduto il concetto
di identità della persona, del rapporto tra individuo e contesto sociale,
dei confini tra salute e malattia mentale.

La
seconda metà del '900: la nuova psichiatria
Dalla
metà degli anni Cinquanta vengono introdotti gli psicofarmaci: sostanze che,
indipendentemente dai risultati curativi, hanno l'effetto di attenuare i sintomi
più gravi e vistosi, e di rendere più governabili i momenti di crisi. È evidente
l'uso ambiguo degli psicofarmaci: per un verso costituiscono un ulteriore
strumento di controllo dei pazienti; per altro verso, aiutando i soggetti
sofferenti nelle situazioni più difficili, facilitano la sperimentazione di
soluzioni alternative al manicomio tradizionale.
Ai
progressi sul fronte teorico e sperimentale cui abbiamo accennato, fa riscontro,
a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un intenso fermento di
iniziative che si pongono in alternativa all'ordine psichiatrico istituzionale.
In Inghilterra si sviluppano gli esperimenti delle "comunità terapeutiche"
e dell'"anti-psichiatria"; in Francia nascono i tentativi della "psicoterapia
istituzionale" e della "psichiatria di settore"; nella Germania Federale va
segnalata l'esperienza del Collettivo socialista dei pazienti di Heidelberg,
la prima auto-organizzazione di pazienti.
Queste
iniziative peccano spesso di mancanza di sistematicità o di eccessivo radicalismo.
Ma hanno il merito di rinnovare profondamente la psichiatria su due aspetti
vitali: in primo luogo recuperano l'idea di curabilità e di guarigione del
disturbo mentale, cui la psichiatria istituzionale aveva di fatto rinunciato;
in secondo luogo superano il pregiudizio per cui la sofferenza mentale deve
essere interpretata in base al modello medico-organicista, e aprono la strada
al trattamento psicoterapeutico. Così, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta,
prende piede una nuova realtà: in maniera sempre più pressante si avvertono,
specie nei paesi con struttura sociale ed economica più avanzata, i limiti
della psichiatria di impianto ottocentesco e le rigidità create dall'istituzione
manicomiale.
In
questo scenario si innesta, a partire dagli anni Sessanta, il Movimento italiano
di negazione istituzionale. Prima di parlarne è opportuno dare un rapido sguardo
alla situazione della psichiatria nel nostro Paese.
Nella
storia della psichiatria italiana di questo secolo possiamo sinteticamente
distinguere tre periodi.
Il
periodo manicomiale
Il
1904 costituisce una data importante per la storia dell'assistenza psichiatrica
in Italia. In quell'anno viene finalmente proposta e promulgata, per interessamento
diretto di Giolitti, la legge 36, attesa e richiesta da almeno una trentina
di anni, che regolamenta l'assistenza manicomiale. Questa legge, con alcuni
successivi aggiustamenti, determina per l'Italia, come era avvenuto per altri
paesi europei, il consolidamento giuridico e scientifico del manicomio come
luogo pressoché esclusivo per il trattamento dei disturbi mentali. Rispetto
al passato, costituisce un progresso: ma la figura del paziente psichiatrico
è sostanzialmente quella di un carcerato. Si è ricoverati in quanto persona
"pericolosa" e di "pubblico scandalo"; il ricovero è possibile solo sotto
forma di provvedimento del magistrato o del questore (si viene ricoverati
dalla polizia); il direttore, del manicomio è responsabile penale e civile
del "paziente dimesso". In tale regime, nella stragrande maggioranza dei casi,
i disturbi dei ricoverati diventavano cronici.
Il
periodo manicomiale attenuato
Nel
1968 lo scenario italiano cambia. Viene approvata una nuova legge, la 431.
Cosa stabilisce questa legge che prende atto dei fermenti e delle spinte di
rinnovamento? a) l'insufficienza dell'assistenza psichiatrica basata esclusivamente
sull'internamento in manicomio; b) l'istituzione di un servizio di assistenza
psichiatrica territoriale attraverso la creazione dei centri di igiene mentale;
c) la possibilità di entrare in manicomio anche volontariamente; d) l'abolizione
dell'obbligo di annotare nel casellario giudiziario l'ammissione e la dimissione
dal manicomio; e) nuovi criteri di organizzazione degli ospedali psichiatrici.
Il
legislatore italiano, dunque, si mostra particolarmente sensibile alle esigenze
di una totale revisione della concezione della malattia mentale e dei suoi
modi di cura.
Con
questa legge inizia in Italia il sistema di assistenza territoriale; tuttavia
questa innovazione costituisce ancora una fase di passaggio.
Il
periodo territoriale
Tocca
alla legge 180 del 1978 portare a compimento questo lungo cammino. È necessario
ricordare che la riforma definitiva del sistema psichiatrico italiano è dovuta
al lavoro tenace di Franco Basaglia, iniziato diversi anni addietro nell'Ospedale
psichiatrico di Gorizia e portato a compimento con il totale smantellamento
dell'Ospedale psichiatrico di Trieste, avvenuto nel 1977, un anno prima dell'approvazione
della legge 180. A Trieste, dopo sette anni di preparazione e organizzazione
di un adeguato servizio territoriale, il manicomio chiude: i pazienti sono
seguiti e assistiti attraverso una fitta trama di assistenza domiciliare e
ambulatoriale per la terapia ordinaria, integrata da interventi e ricoveri
brevi per le situazioni di crisi. Persone destinate alla reclusione cronica
tornano a vivere, in famiglia o in piccole comunità, una esistenza dignitosa
e autonoma.
Questa
legge pone l'Italia all'avanguardia nel sistema psichiatrico internazionale
e allo stesso tempo agisce da catalizzatore nei confronti della spinta all'innovazione
presente negli altri paesi. Ovunque si fanno più solide ed estese le esperienze
di gestione dell'assistenza psichiatrica senza ricorso all'internamento in
manicomio.

La
legge 180: una questione giuridica e culturale
Quando
una persona attraversa l'esperienza del disturbo mentale è elevato il rischio
della perdita di fondamentali diritti personali e sociali. Perciò è opportuno
che le persone che soffrono di disturbi mentali, i loro familiari e tutti
coloro che in diversi modi sono coinvolti e partecipano, direttamente e indirettamente,
alla promozione della salute, conoscano le disposizioni attuali che regolamentano
la cura e i trattamenti della persona.
Prima
di tutto un po' di storia...

Dal
ricovero coatto al ricovero volontario
La
prima legge nazionale sull'assistenza psichiatrica, intitolata "Disposizioni
e regolamenti sui manicomi e sugli alienati", fu promulgata nel 1904 dal governo
Giolitti e completata nel 1909 da un regolamento di esecuzione. In quanto
legge di ordine pubblico essa metteva in primo piano il bisogno di protezione della società dai malati di mente,
subordinando la "cura" alla "custodia". L'internamento manicomiale così veniva
motivato: "Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette
da qualsiasi causa d'alienazione mentale quando siano pericolose a sé o agli
altri o riescano di pubblico scandalo" (L. n. 36/1904).
Il
ricovero avveniva con la certificazione di un medico e l'ordinanza del questore.
Entro 15 giorni (tempo d'osservazione) il direttore del manicomio doveva trasmettere
al procuratore della repubblica una relazione scritta; entro 30 giorni la
persona veniva o dimessa o sottoposta a "ricovero definitivo", e quindi interdetta:
perdeva cioè i diritti civili, con la nomina di un tutore. L'eventuale cessazione
del ricovero definitivo era vincolata a una certificazione di guarigione e
avveniva sotto la diretta responsabilità del direttore, a meno che la famiglia
non "ritirasse l'alienato" con l'autorizzazione del tribunale. L'assistenza
psichiatrica era amministrata dalle province, ciascuna delle quali doveva
dotarsi di un manicomio. Il ricovero poteva anche essere attivato dietro richiesta
del paziente, ma si svolgeva con le stesse rigide regole.
Queste
procedure sono rimaste inalterate fino al 1968, allorché viene votata in parlamento
la legge n. 431, nota come legge Mariotti, che, oltre ad istituire il ricovero
volontario, introduce la possibilità di trasformare il ricovero coatto in
volontario, previo accertamento del consenso del paziente.
L'importanza
di questa legge consisteva anche nel prevedere alcune trasformazioni organizzative
dell'ospedale psichiatrico, tendenti ad equipararlo agli ospedali generali,
e nell'istituire attività preventive e di postcura fuori dalle mura manicomiali.
Dall'internamento
al diritto alla salute: la legge di riforma
La
legge 180, approvata il 13 maggio 1978 (Norme per gli accertamenti e i trattamenti
sanitari volontari e obbligatori), inserita
in seguito nella legge di Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (833/23
dicembre 1978), stabilisce che è il diritto della persona alla cura e alla
salute, e non più il giudizio di pericolosità, alla base del trattamento sanitario
anche in psichiatria. Tale trattamento è di norma volontario e viene effettuato,
come la prevenzione e la riabilitazione, nei presidi e nei servizi extra-ospedalieri,
operanti nel territorio. Qualora vi siano "alterazioni psichiche tali da richiedere
urgenti interventi terapeutici", e si siano rivelati inefficaci tutti i tentativi
in tal senso, persistendo il rifiuto delle cure da parte del soggetto, può
essere richiesto il trattamento sanitario obbligatorio (Tso), che può essere
attuato presso qualsiasi struttura territoriale di salute mentale, e anche
a domicilio del paziente; nel caso in cui si reputi necessaria la degenza
ospedaliera, il Tso verrà eseguito presso i servizi psichiatrici di diagnosi
e cura (Spdc) istituiti presso gli ospedali generali. La proposta di Tso,
fatta da un medico e convalidata da un altro medico del servizio pubblico,
viene inviata al sindaco il quale, oltre ad emettere l'ordinanza, avvisa il
giudice tutelare in quanto autorità deputata a garantire i diritti del paziente.
Dopo una settimana, nel caso in cui il Tso debba proseguire, esso dev'essere
di nuovo motivato dal medico; in ogni caso, anche durante il Tso occorre fare
ogni sforzo per ricercare il consenso alle cure da parte del paziente, al
quale devono essere garantiti diritti di libera comunicazione ed eventuale
ricorso contro il provvedimento.
La
180 stabilisce altresì che negli ospedali psichiatrici non debba più essere
ricoverato nessuno, mentre vengono concesse deroghe - rinnovate poi per alcuni
anni - all'ammissione di pazienti ricoverati prima del maggio ‘78.
Gli
ospedali psichiatrici, che devono essere gradualmente superati, diventano
strutture ad esaurimento, e nel marzo 1999 il ministero della Sanità ne ha
annunciato l'avvenuta, definitiva chiusura. La 180 è stata emanata come legge
quadro, che rinviava ad un Piano sanitario nazionale: "...i criteri e gli
indirizzi ai quali deve riferirsi la legislazione regionale per l'organizzazione
dei servizi fondamentali e per l'organico del personale..., le norme generali
per l'erogazione delle prestazioni sanitarie, gli indici e gli standard nazionali
da assumere per la ripartizione del Fondo sanitario nazionale tra le regioni".
È invece accaduto che le leggi regionali sono state formulate con gravi ritardi,
in modo frammentario e spesso contraddittorio rispetto alla legge nazionale,
mentre il Piano sanitario nazionale è stato realizzato con difficoltà. Solo
nel 1994 è stato emanato il primo Progetto obiettivo salute mentale; nel frattempo
la 180 non è stata adeguatamente finanziata e implementata.
In
questo contesto occorre sottolineare che la Regione Friuli-Venezia Giulia
ha recepito pienamente le indicazioni della riforma con la legge n. 72/23
del dicembre 1980, dando avvio a un positivo processo di cambiamento.
Non
a caso questa legge regionale viene considerata un modello di corretta attuazione
della 180; molte sue indicazioni sono state fatte proprie dal Progetto obiettivo
tutela salute mentale 1998/2000, approvato nel novembre 1999 (Dpr 274/1999).

Il
Servizio sanitario nazionale
Nel
1978 è stato sancito nel nostro paese il diritto alla salute e all'assistenza
sanitaria. Gratuita fino al 1990, l'assistenza sanitaria è stata poi sottoposta
ad un regime di rimborso parziale con il pagamento di ticket, sebbene buona
parte dell'assistenza rimanga tuttora gratuita. Ogni anno l'Italia spende
per la sanità intorno ai 67 miliardi di euro (130.000 miliardi di lire circa);
in più circostanze si è convenuto che la spesa per la salute mentale dovrebbe
utilizzare il 5%, cioè 3,5 miliardi di euro.
Ai
fini dell'organizzazione dell'assistenza sanitaria l'Italia è stata divisa
in unità territoriali amministrative, denominate fino al 1995 unità sanitarie
locali (Usl) e successivamente trasformate in aziende ex-Usl, o aziende per
i servizi sanitari (Ass), in seguito alla legge 502/92. Ciascuna azienda copre
un'area territoriale che va da un minimo di centomila a un massimo di cinquecentomila
abitanti o più; amministra tutta la sanità del territorio di competenza, quindi
anche l'assistenza psichiatrica.
Lo
stato stanzia l'intero finanziamento alle 20 Regioni e Province autonome;
a loro volta le Regioni, attraverso il servizio sanitario regionale, governano
con una certa autonomia, erogando, sulla base dei piani sanitari annuali,
i finanziamenti alle aziende del proprio territorio.

Il
primo Progetto obiettivo tutela salute mentale
L'approvazione
nel 1994 del primo Progetto obiettivo nazionale per la salute mentale segna
una tappa storica nelle vicende dell'assistenza psichiatrica italiana; a sua
volta, il secondo Progetto obiettivo (1998-2000) precisa quali debbano essere
le strutture e i servizi dei dipartimenti di salute mentale (Dsm), ne definisce
gli standard di funzionamento e di fatto conferma, sviluppandoli ulteriormente,
i contenuti della legge 180.
Si
conclude così un ciclo, durato oltre vent'anni, di avvio e sperimentazione
della riforma caratterizzato dalla contrapposizione - al loro interno e tra
di loro - di operatori, familiari, amministratori, politici e settori dell'opinione
pubblica.
Il
Progetto obiettivo è un provvedimento utile allo sviluppo qualitativo e quantitativo
dell'assistenza psichiatrica per almeno cinque ragioni:
-
sancisce il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici;
-
individua, quale modello organizzativo più idoneo a garantire la continuità
terapeutica e l'unitarietà degli interventi, il dipartimento di salute mentale,
inteso come un insieme integrato di strutture e di servizi, a direzione e
coordinamento unici;
-
precisa che il servizio psichiatrico di diagnosi e cura è parte integrante
del Dsm anche se collocato in ospedale e/o in un'azienda sanitaria diversa
da quella dei servizi territoriali;
-
sottolinea la necessità di valutare gli esiti degli interventi e la qualità
dei servizi dei Dsm, dotati di autonomia finanziaria al fine di valutarne
l'efficienza;
-
promuove una nuova fase caratterizzata dalla valutazione delle molte - spesso
contrastanti - tipologie di servizi e metodologie d'intervento.

Politiche
di salute mentale e diritti di cittadinanza
In
tutto il mondo vaste quote di popolazione vivono tuttora in condizioni di
oppressione a causa di vari fattori: estrema miseria economica e culturale,
mancanza di risorse nel proprio territorio o nella propria classe sociale,
squilibri tra il Nord e il Sud, regimi politici autoritari e repressivi che
non riconoscono o violano i diritti umani fondamentali. In un contesto caratterizzato
da profonde disuguaglianze, le persone che soffrono di disturbi mentali costituiscono
una delle minoranze più oppresse: non solo perché è quella a cui con maggiore
frequenza vengono negati i diritti di cittadinanza, ma perché la negazione
dell'accesso ai diritti è in questo caso legittimata da un malinteso statuto
scientifico di malattia. Dato che la gran parte dei fondi destinati alla psichiatria
viene a tutt'oggi investita per ospedalizzare o segregare in istituzioni chiuse
le persone che soffrono di disturbi mentali, diventa una priorità l'impegno
dei governi a promuovere politiche che nel prevedere la chiusura immediata
di tutti i luoghi di contenzione e reclusione, diano impulso a programmi e
interventi centrati sulla comunità e sul suo sviluppo. In questo passaggio
appare particolarmente urgente la creazione di servizi di salute mentale in
aree territoriali definite, con il mandato di identificare scelte operative,
strategie di promozione della salute e di concreto accesso ai diritti. Occorre
insomma cambiare il luogo della cura per cambiare i metodi della cura: non
basta cambiare solo l'uno o gli altri. L'attenzione dev'essere spostata dalla
malattia in sé alla totalità della persona: i suoi bisogni e diritti, ma anche
le sue capacità e risorse. Nel prevedere la necessità di risposte articolate
i programmi non devono essere rivolti solo all'individuo ma anche al suo contesto,
alla sua rete di appartenenza e ai gruppi sociali di riferimento.
In
altre parole, il compito delle politiche (sia dei governi centrali sia delle
amministrazioni locali) diventa quello di promuovere la cittadinanza per le
fasce più svantaggiate e vulnerabili della popolazione, innalzando la loro
qualità di vita, favorendo la loro autonomia ed emancipazione (anche dalla
dipendenza dai servizi), in modo che il concreto esercizio dei diritti accresca
complessivamente le loro possibilità e capacità di scelta e di azione. Più
in particolare alle persone che soffrono di gravi disturbi mentali occorre
garantire:
-
la disponibilità di aiuti materiali e sussidi economici - anche transitori
- per avere un reddito che consenta una vita dignitosa;
-
condizioni di habitat soddisfacenti: la propria casa, ma anche la possibilità
di accedere ad appartamenti, comunità e residenze transitorie, protette e
semi-protette, in fasi e cicli particolari di bisogno;
-
l'inserimento lavorativo in rapporto alle proprie esigenze, capacità e inclinazioni;
-
l'accesso all'istruzione, all'informazione, alla formazione;
-
l'accesso a contesti e a occasioni di socializzazione, nello svolgimento di
attività finalizzate e di tempo libero. Il governo centrale e le amministrazioni
locali devono inoltre attivare programmi di educazione sanitaria per i cittadini,
al fine di promuovere una diversa immagine della malattia mentale, liberata
da etichettamenti e pregiudizi.

Appendice
Carta
di Ottawa sulla promozione alla salute
La
Carta di Ottawa è stata elaborata e adottata nel novembre 1986 dalla Conferenza
internazionale organizzata unitamente all'Organizzazione mondiale della sanità
(Oms), dal ministero canadese della Sanità e del benessere sociale e dall'Associazione
canadese di sanità pubblica
La
prima Conferenza internazionale sulla promozione alla salute, riunita ad Ottawa,
adotta oggi, 21 novembre 1986, la presente Carta sull'azione necessaria per
assicurare la salute a tutti nell'anno 2000 ed oltre.
È
l'attenzione crescente di un nuovo movimento in favore della salute pubblica
nel mondo che è, prima di tutto, all'origine della Conferenza. Le discussioni
hanno portato a considerare i bisogni dei Paesi industrializzati, ma si è
anche tenuto conto dei problemi simili che ci sono in tutti i paesi. La Conferenza
ha preso come punto di partenza i progressi conseguiti in seguito alla Dichiarazione
sulle cure della sanità primaria di Alma Ata, agli obiettivi dell'Oms relativi
alla salute per tutti, e al recente dibattito sull'azione intersettoriale
per la salute all'Assemblea mondiale per la salute
Promozione alla salute
La
promozione alla salute consiste nel dare alle persone i mezzi per diventare
più padroni della loro salute e per migliorarla.
Per
raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, l'individuo
o il gruppo deve essere in grado di definire e concretizzare le aspirazioni,
di soddisfare i propri bisogni e di modificare il proprio ambiente di vita
o di adattarvisi soddisfacentemente.
La
salute è quindi considerata come una risorsa della vita quotidiana e non come
lo scopo dell'esistenza.
La
salute è un concetto positivo che mette l'accento sulle risorse sociali e
personali, così come sulle capacità fisiche.
La
promozione alla salute non si risolve solo nel settore della sanità; essa
va oltre gli stili di vita sani per includere la nozione di benessere.
Condizioni preliminari
Le
condizioni e le risorse che giocano un ruolo fondamentale per la salute sono
la pace, la casa, l'educazione, l'alimentazione, il reddito, l'ecosistema
stabile, risorse durevoli, la giustizia sociale e l'equità. Il miglioramento
della salute suppone che queste condizioni preliminari siano soddisfatte.
Dichiarazione a favore della
salute
La
salute è una delle principali risorse che permettono un positivo sviluppo
sociale. economico e personale e rappresenta un aspetto importante della qualità
della vita. Fattori di ordine politico, economico, sociale, culturale, ambientale,
comportamentale e biologico possono favorire la salute o, al contrario, pregiudicarla.
La promozione alla salute si propone di privilegiare le condizioni favorevoli
Mezzi per favorire la salute
La
promozione alla salute si sforza di instaurare l'equità in materia di salute.
È necessario ridurre le attuali disparità relative allo stato di salute ed
offrire una parità di opportunità e di risorse per dare ad ognuno i mezzi
per un completo positivo sviluppo verso la salute. Ciò presume un ambiente
favorevole stabile, l'accesso all'informazione, competenze personali e la
possibilità di operare scelte per la salute. Un positivo completo sviluppo
della salute è impossibile se gli uomini e le donne non padroneggiano tutto
ciò che condiziona la loro salute.
Mediazione
II
settore della sanità non può da solo garantire il rispetto delle condizioni
preliminari della salute, né offrire le necessarie prospettive. Ciò che più
conta è che la promozione alla salute esige un'azione coordinata di tutti
i partner, sia che si tratti di governi, del settore della sanità e di altri
settori socio-economici, di organizzazioni non governative e volontarie (Ong),
di autorità locali, dell'industria o dei media. La promozione alla salute
interessa le persone di ogni condizione a livello individuale, familiare e
comunitario, i gruppi professionali e sociali e il personale della Sanità
giocano un ruolo maggiore in quanto mediatori per conciliare i differenti
interessi nella società a favore della salute.
Le
strategie e i programmi di promozione alla salute devono essere adattati ai
bisogni locali, dei paesi e delle regioni, e tenere conto dei diversi sistemi
sociali, culturali ed economici.
Per
condurre un'azione per la promozione alla salute:
- dare avvio a politiche sanitarie.
La
promozione alla salute va oltre le cure sanitarie. Consiste nel sensibilizzare
alla salute i responsabili politici di tutti i settori e a tutti i livelli,
rendendoli attenti alle conseguenze delle loro decisioni in materia di salute,
portandoli ad assumere in merito le rispettive responsabilità.
Una
politica di promozione alla salute unisce approcci diversi, ma complementari e in particolare la
legislazione, le misure fiscali e i cambiamenti istituzionali. È un'azione
coordinata che sfocerà in una politica della salute, in una politica delle
risorse economiche e in una politica sociale che favorisce l'equità. L'azione
comune contribuisce a promuovere beni e servizi più sicuri e più sani, servizi
pubblici più sani e un contesto più consono e gradevole.
La
promozione alla salute presume che si definiscano gli ostacoli all'adozione
di politiche sane nei settori extra sanitari e i mezzi per superarli. L'opzione
favorevole per la salute deve costituire la scelta più facile anche per i
responsabili politici:
-
creare un ambiente favorevole.
Le
nostre società sono complesse ed interdipendenti e non è possibile separare
gli obiettivi sanitari dagli altri obiettivi. I complessi legami che esistono
tra le persone e il loro ambiente sono alla base di un approccio socio ecologico
della salute. È necessario - ed è questo il punto principale sia per l'intero
pianeta, sia per gli Stati, sia per le regioni e le comunità locali - incoraggiare
rapporti di reciprocità: dobbiamo occuparci gli uni degli altri, delle nostre
comunità e del nostro ambiente naturale. È necessario mettere l'accento sulla
preservazione delle risorse naturali nel mondo intero che costituiscono una
responsabilità mondiale.
L'evoluzione
degli stili di vita, di lavoro e del tempo libero ha una incidenza ragguardevole
sulla salute. Il lavoro ed il tempo libero dovrebbero essere una fonte di
salute e il modo in cui la società organizza il lavoro dovrebbe contribuire
a creare una società in buona salute. La promozione alla salute favorisce
l'instaurarsi di condizioni di vita e di lavoro che sono sane, stimolanti,
gradevoli e fonte di soddisfazione.
La
valutazione sistematica dell'impatto sulla salute di un ambiente che evolve
rapidamente, in particolare negli ambiti della tecnologia, del lavoro, della
produzione di energia e dell'urbanizzazione, è indispensabile e deve essere
seguita da un'azione che presenta vantaggi per la salute pubblica. La protezione
della natura e dell'ambiente, così come la preservazione delle risorse naturali,
devono far parte di ogni strategia di promozione alla salute;
-
rinforzare l'azione comunitaria.
La
promozione alla salute permette un'azione comunitaria concreta ed efficace
per stabilire le priorità, le scelte, la pianificazione di strategie e la
loro messa in opera per migliorare la salute. Quest'azione consiste essenzialmente
nel dare alle comunità i mezzi per agire, per padroneggiare i loro sforzi
ed il loro proprio destino. Lo sviluppo comunitario può avvantaggiarsi di
risorse umane e materiali che esistono nella comunità al fine di migliorare
l'autonomia e il sostegno sociale e per mettere a punto sistemi flessibili
suscettibili di rinforzare l'interesse della gente per i problemi di salute
e per la loro partecipazione alle decisioni. Tali attività presumono un accesso
completo e costante all'informazione, la possibilità di acquisire conoscenze
sulla salute, così come un appoggio finanziario.
-
sviluppare le competenze personali.
La
promozione alla salute favorisce lo sviluppo personale e sociale offrendo
un'informazione ed una educazione per la salute e rinforzando le competenze
personali. Essa così moltiplica le opzioni e permette alle persone di meglio
padroneggiare la propria salute ed il proprio ambiente, e di operare scelte
favorevoli alla salute. È indispensabile dare alle persone i mezzi per apprendere
durante tutta la loro vita, di prepararsi alle diverse tappe della vita e
di fronteggiare i traumi e le malattie croniche. È necessario facilitare questo
processo a scuola, in famiglia, al lavoro e nella comunità. Un intervento
si impone attraverso la mediazione di istituzioni di formazione o di organismi
professionali, privati e pubblici e tra le istituzioni stesse.
-
ri-orientare i servizi sanitari.
La
responsabilità della promozione alla salute nei servizi sanitari è condivisa
tra l'individuo, i gruppi comunitari, i professionisti della sanità, le organizzazioni
di cura e i governi. Tutti devono collaborare per l'instaurazione di un sistema
di cura che contribuisca alla salute. II ruolo del settore sanitario deve
evolvere sempre più in direzione della promozione alla salute, vale a dire
oltre la semplice fornitura di servizi clinici e curativi.
I servizi sanitari devono avere un mandato rispettoso dei bisogni culturali
ed essere sensibili ad essi. Il mandato deve favorire le aspirazioni individuali
e comunitarie ad una vita più sana e stabilire contatti tra il settore della
sanità e gli imperativi sociali, politici, economici e ambientali in senso
ampio. Il riorientamento dei servizi sanitari presume anche che ci si preoccupi
maggiormente di intraprendere attività di ricerca nella sanità e di modificare
la formazione professionale. È necessario raggiungere un cambiamento di attitudine
e di organizzazione dei servizi sanitari per mettere l'accento sui bisogni
dell'individuo nel suo insieme.
Prospettive future
La
salute è creata e vissuta nel quotidiano, sia che si tratti della formazione,
del lavoro, del tempo libero o della vita affettiva. La salute consiste nell'occuparsi
di sé e degli altri, vale a dire prendere decisioni ed essere padroni delle
condizioni della propria esistenza, vegliando affinché la società crei le
condizioni che permettano ad ognuno dei suoi membri di goderne. Solidarietà,
olismo ed ecologia sono le dimensioni indispensabili per l'elaborazione di
strategie di Promozione alla Salute. Bisogna quindi ammettere come principio
direttivo che ad ogni tappa del progetto, dell'attuazione e della valutazione
delle attività di Promozione alla Salute, gli uomini e le donne debbano diventare
partner uguali.
Impegno a favore della promozione
alla salute
I
partecipanti alla presente Conferenza si impegnano:
-
a intervenire a favore di una politica della salute e a sostenere un impegno
politico risoluto per la salute e per l'equità in tutti i suoi settori;
-
a reagire alle pressioni che portano all'utilizzazione di prodotti nocivi,
all'impoverimento di risorse, alle condizioni e ai luoghi di vita malsana
e alla cattiva nutrizione; a mettere l'accento sui problemi della salute pubblica,
quali l'inquinamento, i rischi professionali e gli insediamenti umani;
-
a rispondere alle disparità relative alla salute tra le società e all'interno
di una stessa società e ad affrontare il problema delle disuguaglianze nella
sanità legate a regole e a pratiche di queste società;
-
a riconoscere l'essere umano come la principale fonte per la salute; a sostenere
e a dare ad ognuno la possibilità di rimanere in buona salute ed a vigilare
affinché la sua famiglia e i suoi amici siano in buona salute, grazie all'appoggio
finanziario ed altro, accettando la comunità come l'interlocutore principale
per i problemi della salute, delle condizioni di vita e del benessere;
-
a riorientare i servizi sanitari e le risorse nella prospettiva della promozione
alla salute; a condividere i poteri con gli altri settori e discipline e soprattutto
con le persone stesse;
-
a riconoscere che la salute e la protezione della salute costituiscono un
grande investimento e una grande sfida sociale; ad occuparsi del problema
ecologico globale degli stili di vita.
La
Conferenza invita subito tutte le persone coinvolte ad aderire a questo impegno
in favore di una forte alleanza per la salute pubblica.
Appello in favore di un'azione
internazionale
La
Conferenza invita l'Oms e le altre organizzazioni internazionali a sostenere
la promozione alla salute in tutte le circostanze proprie e ad aiutare i paesi
ad attivare strategie e programmi di promozione alla salute. La Conferenza
è fermamente convinta che se le persone di ogni condizione, le organizzazioni
volontarie, le organizzazioni governative, l'Oms e tutte le altre organizzazioni
coinvolte uniscono i loro sforzi per introdurre strategie di promozione alla
salute, rispettando i valori morali e sociali a cui si ispira la presente
Carta, la salute per tutti da qui al 2000 diventerà realtà.

21
obiettivi dell'Oms per il XXI secolo
Salute
per tutti è la parola d'ordine, l'idea-forza che l'Organizzazione mondiale
della sanità ha rilanciato con decisione durante la Conferenza internazionale
di Atene tenutasi nel mese di giugno del 1998 che ha inaugurato il III quinquennio
di attività del Progetto Città Sane.
Obiettivo 1
Solidarietà
per la salute nella regione europea
Entro
il 2020, l'attuale divario di condizioni sanitarie fra gli Stati Membri della
regione europea deve essere ridotto almeno di un terzo.
Obiettivo 2
Equità
nella salute
Entro
il 2020, il divario sanitario fra gruppi socio-economici all'interno dei singoli
paesi dovrà essere ridotto almeno di un quarto in tutti gli Stati Membri,
attraverso un sostanziale miglioramento del livello di salute dei gruppi diseredati.
Obiettivo 3
Iniziare
la vita in salute
Entro
il 2020, tutti i neonati e i bambini in età prescolare della Regione devono
godere di una salute migliore.
Obiettivo 4
La
salute dei giovani
Entro
il 2020, i giovani della Regione dovranno essere più sani e maggiormente in
grado di esercitare il loro ruolo nella società.
Obiettivo 5
Invecchiare
in salute
Entro
il 2020, anche dopo i sessantacinque anni, le persone dovranno avere la possibilità
di godere appieno del loro potenziale di salute e di svolgere un ruolo sociale
attivo.
Obiettivo 6
Migliorare
la salute mentale
Entro
il 2020, dovrà essere migliorato il benessere psicosociale generale; dovranno
essere messi a disposizione e resi veramente accessibili a persone con problemi
di salute mentale servizi globali migliori.
Obiettivo 7
Ridurre
le malattie contagiose
Entro
il 2020, gli effetti negativi sulla salute delle malattie contagiose dovranno
essere sostanzialmente ridotti, grazie a programmi applicati sistematicamente,
al fine di sradicare, eliminare o tenere sotto controllo malattie infettive
di rilevanza sanitaria pubblica.
Obiettivo 8
Ridurre
le malattie non trasmissibili
Entro
il 2020, la percentuale di stati patologici, invalidità e morti premature
causate dalle principali malattie croniche dovrà essere ridotta in tutta la
Regione ai minimi livelli possibili.
Obiettivo 9
Ridurre
le lesioni dovute a violenze e incidenti
Entro
il 2020, nella Regione dovrà verificarsi una riduzione significativa e sostenibile
di lesioni, invalidità e morti causate da incidenti e violenze.
Obiettivo 10
Un
ambiente fisico sano e sicuro
Entro
il 2015, gli abitanti della Regione dovranno vivere in un ambiente fisico
più sicuro, con esposizioni a sostanze inquinanti dannose per la salute a
livelli che non superino gli standard concordati in sede internazionale.
Obiettivo 11
Una
vita più sana
Entro
il 2015, ogni membro della società dovrà avere adottato modelli di vita più
sani.
Obiettivo 12
Ridurre
i danni causati da alcol, farmaci e tabacco.
Entro
il 2015, gli effetti negativi sulla salute dovuti al consumo di sostanze che
danno assuefazione, quali tabacco, alcol e farmaci psicoattivi dovranno essere
ridotti in modo significativo in tutti gli Stati Membri.
Obiettivo 13
Ambienti
favorevoli per la salute
Entro
il 2015, gli abitanti della Regione dovranno avere maggiori possibilità di
vivere in ambienti fisici e sociali sani, a casa, a scuola, sul posto di lavoro
e nella comunità locale.
Obiettivo 14
Responsabilità
multisettoriale per la salute
Entro
il 2020, tutti i settori dovranno avere riconosciuto e accettato la propria
responsabilità sulla salute.
Obiettivo 15
Una
sanità integrata
Entro
il 2010, gli abitanti della Regione dovranno avere migliore accesso a cure
mediche primarie orientate alla famiglia e alla comunità, appoggiate da un
sistema ospedaliero flessibile e ricettivo.
Obiettivo 16
Gestione
per la qualità della salute
Entro
il 2010, gli Stati Membri dovranno garantire che la gestione del settore sanitario
si orienti ai risultati positivi per la salute, a partire da programmi sanitari
basati sulla popolazione generale, fino ad arrivare all'assistenza personalizzata
al paziente, anche nell'ambito clinico.
Obiettivo 17
Finanziare
i servizi sanitari e stanziare risorse
Entro
il 2010, gli Stati Membri dovranno avere finanziamenti sostenibili e meccanismi
di stanziamento di risorse per sistemi sanitari basati sui principi di equità
nell'accesso, efficacia dei costi, solidarietà e qualità ottimale.
Obiettivo 18
Sviluppo
di risorse umane per la salute
Entro
il 2010, tutti gli Stati Membri devono fare in modo che i professionisti sanitari
e professionisti di altri settori abbiano acquisito conoscenze, modi di comportarsi
e qualificazione appropriati al fine di tutelare e promuovere la salute.
Obiettivo 19
Ricerca
e conoscenze sanitarie
Entro
l'anno 2005, tutti gli Stati Membri dovranno disporre di ricerche sanitarie,
sistemi di comunicazione e informazione che favoriscano l'acquisizione, l'effettivo
utilizzo e la divulgazione di conoscenze utili alla salute per tutti.
Obiettivo 20
Mobilitare
i partner a favore della salute
Entro
il 2005, l'implementazione delle politiche della salute per tutti, dovrà vedere
impegnati individui, gruppi e organizzazioni di tutti i settori, pubblici
e privati, nonché la società civile, a costruire alleanze e associazioni a
favore della salute.
Obiettivo 21
Politiche
e strategie a favore della salute per tutti
Entro il 2010, tutti gli Stati Membri
dovranno avere e implementare politiche per la salute per tutti a livello
nazionale, regionale e locale, sostenute da appropriate infrastrutture istituzionali,
e controllo di gestione dei processi da una leadership innovativa.
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